Delfini soldato e pesca a strascico

Mentre la Russia addestra delfini soldato nuove ricerche evidenziano che la cattura dei delfini con la pesca a strascico non è sostenibile

Non è una novità, la Russia ha sempre avuto un programma di addestramento dei cetacei. Dai beluga, ai delfini, questi animali sembrerebbero essere utilizzati come strumento per triangolare la posizione del nemico e come estrema difesa per la propria flotta. Durante la guerra fredda venivano addirittura addestrati per cercare mine sui fondali marini, mentre oggi potrebbero sventare possibili incursioni sottomarine.

Utilizziamo questo esempio come iperbole estrema dell’impatto dell’attività umana su questi animali. Non c’è bisogno, però, di arrivare a tanto per dimostrare come l’uomo influenzi negativamente il benessere dei delfini. Anche la “semplice” pesca a strascico ha un impatto devastante. Lo dimostra uno studio condotto da scienziati dell’Università di Bristol e dell’Università degli Emirati Arabi Uniti, pubblicato recentemente su Conservation Biology.

Le attività umane come la pesca commerciale possono causare la morte accidentale di animali selvatici che rimangono per sbaglio impigliati nelle reti. “Le catture accidentali e lo scarto della fauna marina nelle attività di pesca commerciali sono le principali sfide per la conservazione della biodiversità e la gestione della pesca in tutto il mondo“, afferma Simon Allen, professore della Scuola di Scienze Biologiche di Bristol, che studia il comportamento dei delfini e le interazioni con la pesca.

Alcune attività di pesca, come la pesca a strascico, non sono selettive e danneggiano gli habitat. Le specie catturate per sbaglio possono essere specie protette, come delfini, foche, tartarughe, squali e razze. “I dispositivi di riduzione delle catture accidentali – continua Allen – sono presenti nelle reti da traino dei pescatori dell’Australia occidentale dal 2006, ma non è mai stata effettuata alcuna valutazione quantitativa dell’impatto di questa misura. Abbiamo deciso di analizzare diversi livelli di cattura dei delfini, compresi quelli riportati nei giornali di bordo e quelli di osservatori indipendenti. Sfortunatamente, i nostri risultati mostrano chiaramente che anche i più bassi tassi di cattura annuale dei delfini non sono sostenibili“.

Lo studio si basa sull’introdurre un nuovo approccio per valutare la mortalità causata dall’uomo alla fauna selvatica e può essere applicato non solo alle catture accidentali con le reti da pesca, ma anche alla caccia o alle collisioni con le turbine eoliche. Applicando questo nuovo modello statistico una cosa risulta subito evidente: i metodi di valutazione della mortalità animale che abbiamo utilizzato fino ad ora non garantiscono una buona conservazione della fauna.

L’Australia non è la sola a dover affrontare il problema delle catture accidentali. Gli autori dello studio evidenziano come tutta l’Europa, compreso il Regno Unito, non stanno affrontando il problema delle catture accidentali con la dovuta serietà. Probabilmente applicare questo nuovo metodo più rigoroso per la valutazione dell’impatto delle catture accidentali sulla fauna selvatica potrebbe migliorare la conservazione di quegli animali che ogni giorno rimangono impigliati nelle reti da pesca nelle acque europee come: delfini, balene, foche e anche uccelli marini.

Gli autori vorrebbero inserire questo nuovo modello in un toolkit, una pratica “cassetta per gli attrezzi” per i gestori della fauna selvatica che possa aiutarli nelle loro azioni di conservazione. Il toolkit in questione è il Sustainable Anthropogenic Mortality in Stochastic Environments, un insieme di strumenti per la valutazione degli impatti umani sull’ambiente.

Immagine in evidenza: Foto di Jeremy Bishop da Pexels

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